Libri Online, "Lo strano caso del dr. Jekyll e del sig. Hyde" [9/9]
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IL RESOCONTO COMPLETO DI HENRY JEKYLL SUL CASO (2/2). Sui dettagli delle infamie di cui fui complice (anche adesso fatico a concedere di averle commesse io) non intendo entrare. Intendo solo rilevare i segnali e i passi successivi con i quali si approssimò il mio castigo. Mi capitò un incidente di cui, visto che non sortì conseguenze, farò appena menzione. Un atto crudele verso una ragazzina suscitò contro di me la collera di un passante, che l'altro giorno riconobbi nella persona di quel vostro parente; si unirono a lui un medico e la famiglia della piccola; ci furono momenti in cui temetti per la mia vita; infine, per placare il loro più che giusto risentimento, Edward Hyde dovette portarli fin sulla porta e versare loro un assegno a firma di Henry Jekyll. Ma questo pericolo, fu facilmente eliminato per il futuro con l'apertura di un conto in altra banca, intestato a nome dello stesso Edward Hyde; e una volta data un'inclinazione opposta alla mia calligrafia, fornii al mio doppio una firma tutta sua, mi ritenni fuori dalla portata della sorte. Due mesi prima dell'assassinio di Sir Danvers, avevo fatto una sortita per una delle mie scorribande, ed ero rientrato a ora tarda; all'indomani mi ridestai a letto con delle bizzarre sensazioni. Inutilmente mi guardavo attorno, guardavo il mobilio dignitoso e le ampie dimensioni della stanza che dava sulla piazza e riconoscevo il motivo dei tendaggi e il disegno della cornice di mogano sul letto; qualcosa mi ripeteva con insistenza che non ero dov'ero, che non mi ero risvegliato là, dove mi sembrava di essere, bensì nella stanzetta di Soho, dove solitamente dormivo sotto le spoglie di Edward Hyde. Sorrisi di me stesso e, seguendo la mia vena di psicologo, mi misi pigramente a passare in rassegna gli elementi di una tale illusione, tornando, di quando in quando, a ripiombare, perfino durante le mie riflessioni, in un piacevole sopore mattutino. Ero ancora in questa fase quando, in un momento di veglia, lo sguardo mi cadde sulla mano. Ora, la mano di Henry Jekyll (come tu hai spesso sottolineato) aveva per forma e dimensione qualcosa di professionale: grande, ferma, bianca, ben fatta. Ma la mano che ora io scorgevo, con una certa chiarezza nel giallo chiarore di un mattino nel cuore di Londra, abbandonata semichiusa sulle coltri, era magra, nodosa, con le nocche ben segnate, di un pallore cupo e fittamente ombreggiata dallo sviluppo di una scura peluria. Era la mano di Edward Hyde. Devo averla fissata per almeno mezzo minuto, sprofondato com'ero nel puro istupidimento della sorpresa, prima che il terrore si risvegliasse nel mio petto repentino e allarmante come il fragore di cembali; balzato giù dal letto, mi precipitai allo specchio. Alla vista di ciò che si palesò davanti agli occhi, il mio sangue si tramutò in qualcosa di estremamente sottile e gelido. Sì, mi ero coricato Henry Jekyll e mi era risvegliato Edward Hyde. Questo come si spiegava? mi chiesi; e poi, con un altro sussulto di terrore - come porvi rimedio? Il mattino era ormai inoltrato; la servitù era in piedi; tutti i miei preparati erano nello studio, un lungo tragitto da dove mi trovavo in quel momento terrorizzato - due rampe di scale da scendere, il corridoio sul retro da percorrere, e poi via all'aperto da una parte all'altra del cortile per poi attraversare il teatro anatomico. Sarebbe stato certamente possibile coprirsi il viso, ma a che scopo farlo, quando non ero in grado di celare l'alterazione della mia statura? E poi, con un sollievo irresistibilmente dolce, mi ricordai che la servitù era già abituata all'andirivieni del mio secondo io. Mi vestii alla svelta, come meglio mi riuscì, con gli abiti della taglia di Jekyll; attraversai alla svelta l'edificio, dove Bradshaw sgranò gli occhi e indietreggiò vedendo il signor Hyde a quell'ora e abbigliato in quello strano modo; dieci minuti più tardi, il dottor Jekyll tornato al suo proprio aspetto sedeva a tavola, accigliato, fingendosi intento a far colazione. Non avevo davvero molto appetito. Quell'inesplicabile incidente, quel capovolgimento delle mie precedenti esperienze, sembrava, come il dito babilonese sul muro, scandire le lettere della mia condanna; e io cominciai a riflettere più seriamente di quanto non avessi mai fatto in precedenza, sugli esiti e sulle possibilità della mia doppia esistenza. Quella parte di me che avevo il potere di portare alla luce, era stata ultimamente molto spesso attivata e alimentata; mi era sembrato di recente come se il corpo di Edward Hyde fosse cresciuto di statura, come se (quando ne assumevo la forma) sentissi di avere una circolazione sanguigna più vigorosa; e cominciai a scorgere il pericolo che, se la cosa si fosse protratta a lungo, l'equilibrio della mia natura potesse venirne alterato in modo permanente, la facoltà di mutare secondo la volontà poteva cessare, e la personalità di Edward Hyde diventare irrevocabilmente la mia. Il potere del preparato non si era manifestato sempre in modo uguale. Una volta, proprio agli inizi delle mie sperimentazioni, mi aveva completamente deluso; in seguito mi ero visto costretto, in più di un'occasione, a raddoppiare e una volta, con sommo rischio per la mia stessa incolumità, a triplicare la dose; e solo questi rari imprevisti fino ad a questo momento avevano gettato un'ombra sulla mia soddisfazione. Adesso, tuttavia, e alla luce dell'incidente di quel mattino, fui portato a constatare che mentre, sulle prime, la difficoltà era stata quella di disfarmi del corpo di Jekyll, di recente in modo graduale ma chiaramente, la difficoltà si era invertita. Tutto quindi sembrava indicare questo: che mi stava lentamente sfuggendo la presa sull'originario e migliore me stesso, e che stavo lentamente incorporando l'altro, quello peggiore. Tra questi due sentivo ormai di dover fare una scelta. Le mie due nature avevano in comune la memoria, mentre tutte le altre facoltà erano ripartite in modo assai diseguale fra i due. Jekyll (che era composto) ora con la più viva apprensione, ora con gusto vorace, progettava e condivideva i piaceri e le avventure di Hyde; ma Hyde era indifferente a Jekyll, o al più lo ricordava come un bandito di montagna si ricorda della caverna dove va a nascondersi quando è braccato. Jekyll provava qualcosa di più di un interesse paterno; Hyde più di un'indifferenza filiale. Fondere la mia sorte con quella di Jekyll significava soffocare quegli appetiti che a lungo mi ero segretamente concesso e che da ultimo avevo preso ad assecondare in tutto e per tutto. Fondermi con Hyde significava soffocare mille interessi e aspirazioni, e diventare, di colpo e per sempre, disprezzato e senza amici. Lo scambio potrebbe sembrare iniquo; ma c'era ancora un'altra considerazione di cui tener conto: e cioè che mentre Jekyll avrebbe sofferto atrocemente tra fiamme dell'astinenza, Hyde non sarebbe stato neppure cosciente di tutto quello che avrebbe perduto; per quanto singolari fossero le circostanze in cui mi trovavo, i termini di questo dibattito erano vecchi e comuni come l'uomo; i medesimi allettamenti e timori giocano la sorte di ogni peccatore tentato e tremebondo; e accadde anche a me, come alla stragrande maggioranza dei miei simili, di scegliere la parte migliore e di trovarmi privo delle forze per mantenermi in questa scelta. Sì, preferii l'anziano e insoddisfatto dottore, circondato da amici e dedito a delle oneste aspettative, e diedi un addio risoluto alla libertà, ad una relativa giovinezza, al passo leggero, a palpiti intensi e a piaceri segreti, di cui avevo goduto sotto le mentite spoglie di Edward Hyde. Feci questa scelta forse con qualche inconscia riserva, visto che né abbandonai la casa di Soho, né distrussi gli abiti di Edward Hyde, che rimasero sempre pronti nel mio studio. Tuttavia per due mesi restai fedele alla mia decisione; per due mesi condussi una vita rigorosa come mai in precedenza, e godetti delle ricompense di una coscienza soddisfatta. Ma il tempo alla lunga iniziò a cancellare la vivezza dei miei timori; l'approvazione della coscienza cominciò a svilupparsi in una cosa ovvia; cominciai a essere torturato da convulsioni e bramosie, come se Hyde si dibattesse per tornare libero; e alla fine, in un momento di debolezza morale, ancora una volta miscelai e ingerii la bevanda della trasformazione. Non credo che, quando un ubriacone ragiona con se stesso circa il proprio vizio, si preoccupi neppure una volta su cinquecento dei rischi a cui va incontro per la sua bestiale insensibilità fisica; neppure io, per quanto a lungo avessi riflettuto sulla mia situazione, avevo tenuto nella dovuta considerazione la completa insensibilità morale e l'insensata disponibilità al male che erano le caratteristiche che guidavano Edward Hyde. Eppure proprio per via di queste che fui punito. Il mio demone era stato a lungo in gabbia: venne fuori ruggendo. Avvertii, già nel mentre bevevo il preparato, una più sfrenata, una più impetuosa propensione al male. Deve essere stata questa, suppongo, a scatenare nel mio animo quella tempesta di insofferenza con cui accolsi le cortesie della mia sventurata vittima; perlomeno affermo, davanti a Dio, che nessun uomo moralmente sano avrebbe potuto macchiarsi di quel crimine con un così debole pretesto, e che colpii senza maggior ragionevolezza di quella con la quale un bimbo annoiato può rompere un giocattolo. Io però, mi ero volontariamente privato di tutti quegli istinti equilibratori che permettono anche al peggiore di noi di procedere con un certo grado di saldezza tra le tentazioni; e nel mio caso, essere tentato, anche se minimamente, significava cadere. Lo spirito infernale si risvegliò in me all'istante accanendosi. Con gioioso trasporto presi a mazzate quel corpo inerme, gustandomi ogni colpo; fintanto che non cominciò a subentrare la stanchezza, quando fui inaspettatamente colpito al cuore, al culmine esatto del delirio, da un gelido fremito di terrore. Una nebbia si disperse; capii che la mia vita era perduta; e fuggii dalla scena di quelle intemperanze, esultante e tremante nel contempo, la mia sete di male appagata ed eccitata, il mio amore per la vita innalzato sopra ogni cosa. Corsi alla casa di Soho, e (per essere doppiamente sicuro) distrussi le mie carte; dopodiché m'incamminai per le strade al lume dei lampioni, nella medesima scissa estasi mentale, gongolando per il delitto, progettandone sventatamente altri per l'avvenire, e tuttavia sempre affrettandomi, con l'orecchio ben teso a cogliere i passi del vendicatore. Hyde miscelò la bevanda canticchiando una canzone e, bevendola brindò al morto. Gli spasmi della trasformazione non avevano ancora cessato di dilaniarlo, che Henry Jekyll, versando lacrime di gratitudine e di rimorso, era caduto in ginocchio alzando a Dio le mani giunte. Il velo dell'indulgenza verso me stesso era lacerato da capo a piedi, e vidi interamente la mia esistenza: la ripercorsi dai giorni dell'infanzia, quando camminavo tenuto per mano da mio padre, e poi attraverso le privazioni a cui mi sottoponevo a causa del duro impegno professionale, sino ad arrivare ripetutamente, con lo stesso senso di irrealtà, ai maledetti orrori di quella sera. Avrei potuto gridare a pieni polmoni; cercai con lacrime e preghiere di smorzare il fluire di visioni e suoni orribili con i quali i ricordi mi prendevano d'assalto; eppure, fra una supplica e l'altra, il laido volto della mia iniquità mi fissava dal fondo dell'anima. Man mano che l'acutezza del rimorso svaniva, subentrò un senso di gioia. Il problema della mia condotta era risolto. Da quel momento sarebbe stato impossibile tornare ad essere Hyde; che lo volessi o meno, ero ora confinato nella parte migliore della mia esistenza; e oh, come mi rallegrai a questo pensiero! Con quale spontanea umiltà abbracciai nuovamente le restrizioni di una vita naturale! Con quale sincera rinuncia sprangai quella porta dalla quale ero passato e ripassato così spesso, per calpestarne la chiave sotto il tacco! Il giorno appresso recò la notizia che l'assassinio aveva avuto testimoni, che la colpevolezza di Hyde era palese per tutti, e che la vittima era persona altamente stimata. Non era stato soltanto un crimine, era stata anche una tragica follia. Credo di essere stato contento nel saperlo; credo di essere stato contento che i miei migliori impulsi fossero sostenuti e protetti dal terrore del patibolo. Jekyll era adesso la mia città d'asilo; se solo Hyde fosse spuntato fuori anche per un solo istante, tutte le braccia si sarebbero alzate per afferrarlo e ucciderlo. Decisi con la mia condotta futura di redimere il passato; e posso affermare con onestà che il mio proposito fruttò del bene. Voi stesso sapete con quanto fervore negli ultimi mesi dello scorso anno, io mi sia adoperato per alleviare delle pene; sapete che ho fatto molto per gli altri, e che i giorni siano trascorsi per me quieti, quasi felici. Né potrei sinceramente affermare che mi stancasse quella vita caritatevole e innocente; penso invece di averla apprezzata ogni giorno di più; ma ero ancora tormentato dalla mia duplicità di intenti, e la prima volta che la trepidazione data dal pentimento scemò, la mia parte inferiore, così a lungo assecondata, incatenata da così poco tempo, cominciò a ruggire per ottenere una licenza. Non che mi sognassi di resuscitare Hyde; il solo pensiero mi turbava alla follia: no, era con le mie stesse fattezze che ancora una volta ero tentato di giochicchiare con la mia coscienza; e fu da comune peccatore clandestino che cedetti alla fine agli assalti della tentazione. Tutte le cose hanno un termine; anche la misura più capace alla fine si colma; e quella breve condiscendenza alla mia turpitudine distrusse alla fine l'equilibrio della mia anima. Eppure non ne fui allarmato; la caduta sembrava naturale, quasi un ritorno ai vecchi tempi prima che io avessi fatto la mia scoperta. Era una bella, limpida giornata di gennaio, i piedi percepivano l'umidità laddove la brina si era sciolta, ma senza nubi in cielo, e Regent Park era pieno di cinguettii invernali e addolcito da sentori primaverili. Sedevo al sole su una panchina; l'animale dentro di me si gustava ritagli di ricordi; la parte spirituale un po' sonnacchiosa si riprometteva un successivo pentimento, ma ancora non si decideva ad iniziare. Dopo tutto, pensai, ero anch'io come il mio prossimo; e poi sorrisi, confrontandomi con gli altri uomini, confrontando la mia attiva buona volontà alla pigra crudeltà della loro indifferenza. E nel preciso istante di quel pensiero vanaglorioso, fui preso dall'ansia, da un'orrenda nausea e un brivido di morte. Questo passò, lasciandomi stremato; e quando poi la debolezza a sua volta s'attenuò, cominciai ad avvertire un mutamento nel carattere delle mie intenzioni, un maggior ardire, uno sprezzo del pericolo, un sentirsi slegato dai vincoli del dovere. Abbassai lo sguardo; i miei abiti pendevano senza forma sulle membra rattrappite; la mano posata sul ginocchio era nodosa e villosa. Ero ancora una volta Edward Hyde. Un momento prima ero al sicuro nel rispetto di tutti, ricco, amato - una tavola apparecchiata mi attendeva a casa nella sala da pranzo; e ora ero una comune preda per tutti, braccato, senza tetto, un noto assassino, destinato alla forca. La mia ragione vacillò, ma non mi abbandonò del tutto. Avevo osservato in più di una occasione che, con la mia seconda personalità, le mie facoltà sembravano più acute e lo spirito più scattante: capitò così che là dove Jekyll avrebbe potuto soccombere, Hyde riuscì ad essere all'altezza della situazione. I miei farmaci erano in uno degli armadietti dello studio: come potevo arrivarci? Questo il problema che (stringendomi le tempie fra le mani) mi accinsi a risolvere. La porta del laboratorio l'avevo chiusa. Se avessi cercato di entrarci passando dalla casa i miei stessi domestici mi avrebbero portato alla forca. Capii che dovevo farmi dare una mano e pensai a Lanyon. Come fare a raggiungerlo? Come persuaderlo? Supponendo di riuscire a sfuggire alla cattura in strada, come fare per farmi ricevere da lui? E come avrei potuto io, un visitatore sconosciuto e sgradito, convincere il medico famoso a forzare lo studio del suo collega, il dottor Jekyll? Allora mi ritornò in mente che restava in me pur sempre una parte della mia persona originaria: potevo scrivere con la mia propria grafia; e non appena ebbi generato quella scintilla ci fu l'innesco e la via da seguire mi si chiarì da cima a fondo. Pertanto mi sistemai i vestiti come meglio potei, e fermata una carrozza di passaggio, mi feci condurre in un alberghetto in Portland Street, di cui per caso ricordavo il nome. Di fronte al mio aspetto (che a dire il vero era abbastanza comico, per quanto tragico fosse il destino che quegli indumenti coprivano) il cocchiere non riuscì a mascherare la sua ilarità. Digrignai i denti contro di lui in un turbine di diabolico furore, e il sorriso gli si smorzò sul viso - fortunatamente per lui - ma ancor di più per me, perché ancora un secondo, e l'avrei scaraventato giù da cassetta. Alla locanda, non appena vi misi piede, mi guardai attorno con un'aria così truce da far tremare il personale; non si scambiarono neppure uno sguardo in mia presenza, ma presero ossequiosamente i miei ordini, mi condussero in una saletta riservata e mi portarono l'occorrente per scrivere. Hyde in pericolo di vita era una creatura nuova per me: agitato da una collera irrefrenabile, sul punto di commettere un delitto, smanioso di infliggere della sofferenza. Eppure la creatura era astuta; dominò la sua furia con grande sforzo di volontà; scrisse due importanti lettere, una a Lanyon, l'altra a Poole e, per ottenere certezza materiale che fossero state imbucate, le inviò con l'indicazione di spedirle raccomandate. Da quel momento in avanti, egli sedette tutto il giorno a rosicchiarsi le unghie davanti al fuoco in una saletta riservata; lì pranzò, sedendo solo, in compagnia delle sue paure, mentre il cameriere diventava visibilmente sgomento quando incrociava il suo sguardo; e da lì, quando si fece notte compiutamente, egli si mise ad andare in giro, nell'angolo di una carrozza chiusa, facendosi condurre su e giù per le vie della città. Dico "egli" - non riesco a dire "io". Quel figlio degli inferi non aveva nulla di umano; nient'altro che paura e odio dimoravano in lui. E quando infine, pensando che il cocchiere cominciasse a nutrire dei sospetti, smontò dalla vettura e si avventurò a piedi, abbigliato com'era con indumenti che non erano giusti per la sua taglia, si ritrovò in mezzo ai passanti notturni, ad essere additato e oggetto di commenti, quelle due vili passioni infuriarono dentro di lui come una tempesta. Camminava svelto, incalzato dalle sue paure, parlando fra sé e sé, appostato tra le strade meno frequentate, contando i minuti che ancora lo separavano dalla mezzanotte. Una donna gli rivolse la parola, per offrirgli, credo, una scatola di fiammiferi. Lui la colpì al volto e quella scappò via. Quando a casa di Lanyon ritornai me stesso, l'orrore del mio vecchio amico, forse ebbe un qualche effetto su di me: non saprei dire; in ogni caso era poco più che una goccia nel mare, in confronto all'orrore con cui riandavo con il pensiero alle ore appena trascorse. Un cambiamento era intervenuto in me. Non era più la paura della forca a tormentarmi, bensì l'orrore di essere Hyde. Accolsi il biasimo di Lanyon come in sogno; e sempre come in sogno tornai a casa e mi misi a letto. Dormii dopo una giornata tanto spossante, di un sonno continuo e profondo che neppure gli incubi che mi attanagliavano servirono a interrompere. Mi svegliai al mattino scosso, indebolito ma rigenerato. Odiavo e temevo ancora il pensiero del bruto dormiente dentro me e ovviamente non avevo scordato gli agghiaccianti pericoli del giorno precedente; ma ero ancora una volta a casa, nel mio appartamento e con i miei farmaci a portata di mano, e la gratitudine per averla scampata splendeva così radiosa nella mia anima da rivaleggiare quasi con la luce della speranza. Stavo attraversando senza fretta il cortile dopo colazione, assaporando con piacere il gelo nell'aria, quando fui nuovamente assalito dalle indescrivibili sensazioni che annunciavano il mutamento; ebbi appena il tempo di trovar rifugio nel mio studio, prima di ritrovarmi ancora rabbioso e glaciale con l'emotività di Hyde. Presi in quell'occasione una doppia dose per restituirmi a me stesso; e ahimè, sei ore dopo, mentre sedevo mestamente a guardare nel fuoco, ripresero gli spasmi e il farmaco dovette essere risomministrato. In breve, da quel giorno in avanti, sembrò che solo con grande sforzo, come in un esercizio ginnico, e solo sotto l'immediata stimolazione del farmaco, io fossi in grado di vestire le sembianze di Jekyll. A tutte le ore del giorno e della notte venivo colto dal brivido premonitore; sopratutto se dormivo, o anche sonnecchiavo appena un momento sulla sedia, ero sempre Hyde al risveglio. Sotto la tensione di questa minaccia costantemente incombente e per l'insonnia alla quale adesso io mi condannavo, ahimè ben oltre quello che avevo ritenuto essere nelle possibilità umane, divenni, nella mia propria persona, un essere divorato e svuotato dalla febbre, fiaccato, tanto nel corpo quanto nella mente, preso esclusivamente da unico pensiero: l'orrore dell'altro me stesso. Ma quando dormivo, o cessava il potere del farmaco, balzavo quasi senza transizione (gli spasimi della trasformazione si facevano di giorno in giorno sentire di meno) in preda a una fantasia traboccante d'immagini di terrore, in un'anima che ribolliva odi immotivati, e in un corpo che non sembrava abbastanza robusto per contenere le rabbiose energie della vita. I poteri di Hyde sembravano essere accresciuti con l'indebolirsi di Jekyll. E certamente l'odio che ora li separava era pari da entrambe le parti. Per Jekyll era una questione d'istinto vitale. Ormai aveva veduto la piena deformità di quella creatura che spartiva con lui alcuni eventi della coscienza e che con il quale era destinato a ereditare la morte; e al di là di tali vincoli in comune, che già di per sé costituivano la parte principale della sua sventura, egli pensava a Hyde, a dispetto di tutta la sua energia vitale, come a qualcosa non solo d'infernale ma altresì d'inorganico. Era questa la cosa sconcertante: che la melma dal fondo della fossa sembrasse proferire urla e voci; che dell'amorfa polvere gesticolasse e peccasse; che quello che era morto e non aveva alcuna forma usurpasse le funzioni della vita. E questo ancora: che quell'orrore in rivolta fosse congiunto a lui più intimamente di una moglie, più intimamente di un occhio; ingabbiato nella sua carne, da dove lo udiva borbottare e lo sentiva lottare per venire alla luce; e che a ogni attimo di debolezza, e all'approssimarsi del sonno, prevalesse su di lui e lo mettesse fuori gioco. L'odio di Hyde per Jekyll era di un ordine differente. Il terrore della forca lo portava continuamente a commettere un suicidio temporaneo, e a ritornare al suo stato subordinato di parte anziché di persona; ma egli detestava tale necessità, detestava la prostrazione nella quale Jekyll era adesso caduto, e si risentiva della repulsione con cui lui lo considerava. Di qui gli scherzetti da scimmia che mi giocava, scarabocchiare con la mia grafia delle bestemmie sulle pagine dei miei libri, bruciarmi le lettere o fare a pezzi il ritratto di mio padre; e in verità, non fosse stato per la paura che aveva della morte, già da tempo si sarebbe condotto alla rovina pur di trascinarmi con sé. Ma il suo amore per la vita è stupefacente; vado oltre: io, che mi sento male e raggelo se solo lo penso, quando richiamo alla mente l'abiezione e la passione di quel suo attaccamento, e sapendo quanta paura abbia per la mia facoltà di sopprimerlo con il suicidio, trovo in fondo al cuore della pena per lui. È inutile, protrarre questa descrizione e me ne manca assolutamente il tempo; nessuno ha mai patito tali tormenti; e questo è quanto basta; e tuttavia anche a essi la consuetudine arrecava - no, non un alleggerimento - ma un certo incallimento nell'anima, una certa acquiescenza alla disperazione; e il mio castigo avrebbe potuto proseguire per anni, se non fosse per quest'ultima calamità che mi è appena caduta addosso, che mi ha definitivamente separato da quello che è il mio vero volto e la mia vera natura. La provvista di sali, che non fu mai più rinnovata dalla data del primo esperimento, cominciò a esaurirsi. Mandai qualcuno a procurarmi una nuova fornitura, e mescolai il composto; ne seguì l'ebollizione e il primo mutamento di colore, non il secondo; la bevvi, e fu priva di effetto. Poole vi metterà al corrente di come abbia fatto passare Londra al setaccio: tutto invano; e ora mi sono convinto che la prima fornitura fosse impura, e che fosse quella ignota impurità a conferire efficacia alla pozione. Quasi una settimana è trascorsa, e io sto ora ultimando questo resoconto sotto l'effetto dell'ultima di quelle vecchie polveri. Questa, perciò, è l'ultima volta, a meno di un miracolo, che Henry Jekyll può pensare i suoi pensieri o guardare il proprio volto (quanto tristemente alterato, ormai!) nello specchio. Né debbo indugiare troppo a lungo a portare a termine il mio scritto; in quanto che, se il mio racconto è fino a questo momento scampato alla distruzione, è dovuto alla combinazione di una grande cautela con una grande fortuna. Se gli spasmi del cambiamento mi cogliessero nel momento in cui sto scrivendo, Hyde lo ridurrebbe a pezzi; se invece sarà trascorso un certo lasso di tempo da quando l'avrò messo da parte, il suo straordinario egocentrismo e il suo orientamento a occuparsi esclusivamente del presente, lo salveranno probabilmente ancora una volta dal subire i suoi dispetti da scimmia. E in verità il destino che ci accomuna lo ha già mutato e schiacciato. Tra mezz'ora, quando avrò di nuovo e definitivamente ripreso quell'odiata personalità, so già che mi troverò in preda ai brividi e in lacrime nella mia poltrona o continuerò, rapito in un ascolto teso e impaurito come mai, a camminare avanti e indietro lungo questa stanza (il mio ultimo rifugio sulla terra) prestando orecchio a ogni rumore minaccioso. Morirà sulla forca Hyde? O troverà il coraggio di liberare se stesso all'ultimo momento? Lo sa solo Iddio; a me non importa; questa è la vera ora della mia morte e quello che ne seguirà riguarda un altro da me. A questo punto, dunque, nel posare la penna e sigillando la mia confessione, metto fine all'esistenza dell'infelice Henry Jekyll. (FINE)
 
FONTE: Testo originale inglese, versione in italiano a cura di Franco Perini. Testo pubblicato e distribuito con licenza Creative Commons, ovvero per essere liberamente distribuito, duplicato e donato a altri, oppure modificato derivandone altre opere.
Author: Giovanni De Luca

 
   
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