Romanzi, "Mont Plaisant" di Patrice Nganang
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Nel 1931 Sara ha soli 9 anni ma un destino già scritto e pronto a compiersi: diventare una delle consorti di Njoya, sultano illuminato e mecenate del Camerun, dopo essere stata strappata alle braccia della madre. "Mont Plaisant", il nome della residenza del sultano esiliato dai francesi, dà così il titolo al romanzo di Patrice Nganang (edito in Italia da 66thand2nd), primo capitolo di una ambiziosa trilogia sulla storia novecentesca del Camerun. La storia prende pertanto le mosse dalla vicenda di Sara, che ben presto si lega a quella della sua levatrice, Bertha, incaricata di "prepararla" all'incontro definitivo con il futuro marito. Nella tormentata vita di Bertha si agita il fantasma del figlio Nebu, un brillante scultore morto in circostanze tragiche; ed è proprio nella piccola Sara che la donna rivede il figlio perduto, decidendo così di camuffarla da ragazzo all'ombra della decadente corte di Yaoundé. Molti anni dopo una giovane studentessa degli Stati Uniti, che il caso letterario vuole si chiami Bertha, approda in Camerun per compiere degli studi sul nazionalismo locale. La fitta corrispondenza dialogica con le altre due donne, ormai vecchie e stanche, diventa così l'occasione per ripercorrere il solco della Storia, che in terra africana comincia ancor prima della lotta per la decolonizzazione degli anni '50, parametro spesso fissato da certa storiografia ufficiale. Perché se la storia sociale ed economica del Paese è stata inevitabilmente ancora alle vicissitudini dell'imperialismo e della colonizzazione, è altrettanto vero che la storia culturale ha aperto il varco ai primi colpi di piccone alla dominazione, attraverso la conservazione e la trasmissione dei principali segni identitari. Alla corte di Njoya erano giunti artisti ed intellettuali, protetti ed incoraggiati come i loro omologhi nell'Italia delle Signorie; lo stesso sultano era stato autore del "Saa'ngam", una decisiva raccolta delle memorie del Regno Bamoun, fondato in Camerun nel Seicento dal re Nchare e del quale egli stesso fu figura centrale, tanto da porlo sotto protezione tedesca. Nganang vuole dunque dirci che è impossibile comprendere la storia postcoloniale del paese se prima non si è conosciuta la parabola di inizio Novecento; peggio ancora se figure come Njoya, il padre delle arti ed il creatore di un nuova lingua tout-court, vengono messe ai margini della Storia e della memoria. Il dialogo tra le tre donne diventa così incontro e sintesi tra la cultura accademica della giovane Bertha e la storia personale, cicatrizzata delle due superstiti, dove l'amore per la storia, per la verità o semplicemente per un figlio si accatastano alla congerie di giovani africani morti nella guerra contro il nazifascismo o nei campi di sterminio del Terzo Reich. Ecco perché, oltre che quella del pregiudizio, per leggere la storia del Camerun - che è un po' quella dell'Africa stessa - occorre abbandonare anche la lente della visione parziale: è una storia che sfonda i muri del tempo e delle periodizzazioni ufficiali, che collega realtà più o meno note ad anfratti sepolti, il passato remoto al presente. Proprio come quel filo che lega la storia della giovane Bertha a quella, impareggiabile, delle anziane Sara e Bertha.
 
   
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