Letture, "La politica dell'impossibile" di Stig Dagerman
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Non è mai facile per un artista, un intellettuale e soprattutto un autore, sia egli scrittore o ancora giornalista, mettere sistematicamente a nudo la congerie di verità precostituite che incasellano le esistenze individuali e collettive. È forse principalmente per questo motivo che Stig Dagerman ha incanalato il suo robusto, straripante talento in quella direzione mai comoda tesa a picconare quel mondo rassicurante di certezze imposte ed autoimposte, quasi a contenere il flusso bergsoniano di vite troppo precarie e tracimanti per essere confinate in argini di contenimento. Incontenibile è stata senza alcun dubbio la sua vita, troppo malinconicamente breve ma non così tanto da impedirgli di imprimere a fuoco la sua firma sulla cultura europea del Novecento. Nato ad Älvkarleby, in Svezia, nel 1923, sin da giovane fu proprio il suo talento radicale e risoluto, "temprato come l'acciaio" per dirla alla Ostrovskij, a consacrarlo all'attenzione della platea nordeuropea. La stessa risolutezza e determinazione che – a suo dire – dovevano informare la weltanshauung dello scrittore, come testimoniato dai suoi pensieri politici, corollario a racconti e reportage, scritti nel decennio che va dal 1942 al 1952 per quotidiani e riviste letterarie e raccolti ora da Iperborea nel volume "La politica dell'impossibile". Sin da piccolo Dagerman, emotivamente legato alle figure dei nonni, iniziò a frequentare il sottobosco del proletariato svedese, venendo a contatto con l'ambiente anarchico e libertario di Stoccolma, influenza che segnerà il suo impegno politico ed intellettuale nei pochi anni che gli sarebbero rimasti, prima di un suicidio già più volte tentato. Proprio con i fogli anarcosindacalisti "Storm" ed "Arbetaren" Dagerman inizia le sue collaborazioni, forgiando capacità e tessendo la tela di un'etica che avrebbe impregnato pagine di articoli e testi. L'uomo – ci dice – è dominato dall'oblio della paura, dei bisogni e delle miserie, incastrato in un'epoca dove l'angoscia dell'incertezza e l'impossibilità di autonomia decisionale lo rendono schiavo ed invulnerabile. Allo scrittore, dunque, spetta l'ardua missione di fotografare questa sua condizione affinché egli vi si possa riflettere come di fronte ad uno specchio. In un mondo popolato da politici del possibile, lo scrittore deve indossare i panni di politico dell'impossibile, anche se questa funzione dovesse rivestire valore solo emblematico. È l'unico viatico per capire e respingere il possibile, la nuova disumanità che veste anche gli stati democratici, perché solo chi è sazio può accorgersi dell'esistenza degli affamati. Dagerman qui viaggia spedito nel solco di una doppia tensione centrifuga: da un lato la necessità dell'engagement politico, dall'altro la spinta libertaria creativa che in un autore resta ingrediente decisivo. Ne "Lo scrittore e la coscienza", uno dei testi della raccolta, Dagerman ammette l'impossibilità di conciliare la doppia corrente, pur riconoscendo allo scrittore la facoltà di mixarle come osservatore lucido e partecipe del dolore umano. Prendere piede nella terra di nessuno: è il compito dello scrittore partigiano. Se il possibile è disumano, non gli resta che difendere l'essere umano dagli esseri umani.
 
   
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