Narrativa, "Prendila così" di Joan Didion
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Prendila così: sembra un incitazione piuttosto zen ad accettare la vita con filosofia, ma è in realtà ben altro. Stiamo parlando del secondo romanzo di Joan Didion, una delle scrittrici americane più prolisse e insignita, nel giugno 2013, da Obama in persona della National Humanity Medal. Poco nota in Italia, la Didion sbarca nel Bel Paese grazie a "Il Saggiatore", che ripropone uno dei suoi più grandi successi, scritto nel 1970 e tradotto da Alessandra Dell'Orto. Maria Wyeth è un attrice hollywoodiana fallita: due film al suo attivo - di cui uno mai distribuito - un matrimonio sgretolatosi rovinosamente col famoso e attivo regista Carter Lang, da cui nasce una figlia, Kate, gravemente malata e una gravidanza non desiderata a cui pone fine senza troppo riflettere. Maria vive giorno dopo giorno la sua fragile condizione, lasciandosi trascinare dagli eventi, avviandosi lentamente al declino, senza scuotersi, senza porsi grandi interrogativi. "Hai mai preso una decisione?" le chiede distrattamente una barista con cui intavola per caso una discussione: la sua inerzia la porta a vivere diverse disavventure, tra cui l'assistere al suicidio di uno dei suoi più cari amici. Null'altro che il prologo per il suo ricovero in una clinica psichiatrica. La sua maniacale cura per i particolari insignificanti, il suo tedio la portano a sperimentare il "nulla" - come lo definiscono lei e il suo amico BZ - e la annientano giorno dopo giorno. Ammaliata dalle forti personalità, Maria è un eroina decadente, la cui unica panacea è la guida nella larghe autostrade che vanno dal Nevada ad Hollywood, per scacciare le inquietudini, per ripensare all'unica persona che le instilla un sentimento vero: la figlia. È graffiante la penna di Joan Didion, pronta a scudisciare il sudicio e falso ambiente della Hollywood scintillante: poche parole ma di grande potenza narrativa. Il libro, è composto da tanti micro-capitoli - in perfetto stile Didion - che confermano la sua passione per gli oracoli e gli studi classici che Joan, ormai ottantenne, ha compiuto da giovane. Uno stile gotico, il suo, per questo saggio sulla noia, sul male di vivere in una società corrosa dall'idea del successo a tutti i costi, che vede il fallimento come una malattia. Lo stile duro, gelido restituisce lo stato d'animo di Maria, delusa dalla vita, decisa a non ricominciare: i periodi brevi, scarni rivelano l'amore per la parola pura, scevra di ogni sovrastruttura. Una malinconia non troppo velata accompagna tutto l'impianto narrativo, che racconta dello strazio di un anima ferita. Pregante e vibrante la traduzione in italiano. Dal libro, il cui titolo originale è "Play it as it lays" fu tratto nel 1972 l'omonimo film, diretto da Frank Perry e prodotto dalla Dunne-Didion-Dunne, compagnia fondata dalla scrittrice, dal marito John Gregory Dunne e il cognato Dominick, che ha prodotto diverse pellicole di successo come il più ben noto "Qualcosa di personale" con Robert Redford e Michelle Pfeiffer. La casa cinematografica non è durata a lungo negli anni ma si è contraddistinta per la volontà di produrre cinema-verità: lo stesso spirito che Joan Didion metteva nei suoi racconti in cui analizzava le cause della fine del movimento hippye. Un vero peccato che l'importazione delle sue opere in Italia sia stata discontinua negli anni: molti dei suoi romanzi sono giunti a noi, ma poche le opere di "non-fiction", di cui Didion si rivela maestra. Questo stile si caratterizza per il lavoro di sottrazione, dove non è la storia in sé a risaltare, bensì lo sfondo. Il suo modo di scrivere ha fortemente influenzato la tendenza al minimalismo che ha caratterizzato la produzione degli scrittori americani ed europei nel ventennio successivo. Un autrice complessa, da scoprire, un romanzo che fa riflettere: se non altro perché l'autorevole Time lo ha inserito tra i cento migliori racconti in lingua inglese scritti tra il 1923 e il 2005.
 
   
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